Sono entrata nella camera 26 circa sette mesi fa: camera luminosa, ampia, asettica, anonima.
Un’ampia vetrata si affacciava sul parco, ma fitte tendine ne coprivano la vista; pregai gentilmente che fossero tolte: di quella vista avevo bisogno!
Poi, giorno dopo giorno l’ho personalizzata: perfino quando mi era capitato di soggiornare per breve tempo in albergo, cercavo di apportare qualche piccolo cambiamento per non sentirmi estranea. Poteva essere un vasetto di fiori, due foto, un’immagine sacra, una statuetta.
A maggior ragione, la camera N 26, che pensavo potesse essere la mia ultima residenza!
Mi hanno aiutato anche i familiari Sono state collocate la mia scrivania, una poltroncina, lo sgabello per appoggiare i piedi mentre scrivo o lavoro, perché le seggiole sono sempre troppo alte e scomode per le mie gambe corte!
Più tardi, per il mio compleanno mi è stata regalata pure la televisione, anche se, prima di entrare, mi ero comperata una radiolina che, in verità, mi ha aperto più ampi orizzonti sia di giorno che in alcune notti insonni e non disturbava nessuno, permettendomi un buon ascolto e la possibilità, nello stesso tempo, di sferruzzare o ricamare. (Ho comunque molto gradito il dono, perché era stato concordato con l’apporto di tutti i figli!)
Ho utilizzato i chiodi già infissi sulle pareti per qualche quadro, di scarso valore la cornice, ma importante e significativi i dipinti riprodotti.
Per le foto ho utilizzato il lungo pannello di legno posto dietro il letto, così ho avuto sempre presenti gli affetti più cari tra i quali diversi “presenti solo in foto“ e pochissimo in persona.
Ho ritenuto indispensabile il computer.
Piccoli soprammobili si sono poi aggiunti: quasi sempre donati o dal personale o da amiche in visita.
Da ieri la camera è spoglia e spersonalizzata, perché due dei miei generi avevano la possibilità, essendo sabato di fare il trasloco; io uscirò definitivamente mercoledì mattina.
Nella fretta del pur organizzato trasloco è però sfuggito un poster che avevo appeso ad un’anta dell’armadio; me lo avevano fatto avere degli amici, perché a Mendisio (svizzera) è in corso una mostra di Carrà che durerà dal prossimo novembre fino al gennaio 2014.
Fino a quando mio marito ha potuto guidare, era un piacere, talvolta, fare una scappata nella vicina Svizzera, anche perché, proprio sopra Mendrisio, in un simpatico villaggio a mezza costa, c’è la casa, ora abitata da tanti cugini di mio marito, ma che era appartenuta, ai suoi nonni materni. Noi due ci siamo stati per diverse estati in affitto e, pur avendo un piccolissimo alloggio, avendo a nostra disposizione un ampio terrazzo, abbiamo sempre potuto ospitare, almeno a pranzo o a cena tanti amici, trascorrendo piacevoli pomeriggi per preparare giornate di animazione per gli Adulti Scout di Lombardia.
Ho lasciato a malincuore quei posti, ma la Svizzera va bene per chi è sano (o ha dei capitali da trasferirvi): in caso di malattia o di ricoveri ospedalieri, non riconoscendo la nostra mutua, ad un certo punto è diventata per noi proibita!
Ci si può andare in giornata, almeno in Canton Ticino, ma occorre la macchina!
Vedrei volentieri la Mostra di Carrà, ma il dipinto sul poster mi mette tanta malinconia…
Descrivendolo però a voi mi libero dalla tristezza di dover lasciare questo posto.
Nel dipinto, intitolato "L’Attesa" prevale un colore verde scuro con chiazze marroni; tre alberi piccoli dalla chioma tondeggiane su lievi alture.
Spicca solo una pianta sottile, ma non si capisce se le poche foglie sugli alti rami, annuncino la bella stagione o segnino la fine di un triste autunno; c’è pure una collinetta un po’ più elevata e un pezzo di cielo grigio azzurro.
Due case appena abbozzate, senza finestre sembrano disabitate.
Ma protagonista è una donna, senza età sull’uscio di casa, tiene una mano sul petto dove termina lo scialle che le copre la testa, davanti a lei un cagnolino nero con la coda ritta, il muso alzato. Sembra l’unica creatura che intuisce che forse l’atteso arriverà!
Il dipinto non invita alla speranza.
Non parlo da intenditrice, ma ora mi chiedo, perché l’ho appeso.
Forse vorrei avere anch’io un cane così, più umano degli umani. Nella camera vicina alla mia, una vecchia, spesso in preda ad allucinazioni, è convinta che sotto il suo letto ci sia il gatto che aveva a casa. Tutti la assecondano, perché quella presenza-assenza la rasserena.
Altre anziane possiedono una bambola o collocano al centro del letto, quando sono trasferite sulla carrozzina, un peluche.
Solo in una casa di riposo, in Trentino Alto Adige ho visto che gli ospiti potevano tenere un animale domestico con loro: erano contenti.
A volte basta poco, perfino un animale, vero o finto o una bambola di pezza possono dare serenità!
Ieri e oggi ho seguito le cerimonie che il Papa ha dedicato alla famiglia. Quando ha parlato dei nonni, mi sono commossa.
Non è importante che i nipoti siano credenti o no, ma se sapessero come sono attesi dai nonni, forse troverebbero uno spazio di tempo, anche piccolo per una breve visita. Pennac scrive: "I vecchi muoiono troppo presto, senza aspettare l’arrivo del nostro affetto"
E ancora: "No, ai vecchi bisogna voler bene da vivi. Loro aspettano il nostro affetto, ma l’attesa non può prolungarsi all’infinito. Dopo arrivano, puntuali, i rimorsi"